Intervista del 19 marzo 2003 realizzata da Rockol ad Aaron Lewis:

Celebrità suo malgrado, Aaron Lewis, voce e leader degli Staind, non è quella rockstar chiusa ed introversa che i media ritraggono da qualche tempo a questa parte: quando l'abbiamo incontrato, in occasione della tappa promozionale tenutasi a Milano qualche settimana fa, la voce della post-grunge band statunitense ci è sembrata un tipico ragazzo americano, con le sue incertezze e le sue paure. Ma anche con qualche certezza. Quando ci accoglie, lo troviamo mentre sorseggia un caffé. Appena finito, inizia ad ingozzarsi di chewing-gum pescando convulsamente da 2 pacchetti diversi. "Ho appena smesso di fumare", mi spiega orgoglioso. Dopo qualche secondo, però, disgustato sputa il tutto, affermando: "Ehi, in Italia siete molti più bravi a fare il caffé che le gomme".

Cosa sono le '14 tonalità di grigio' delle quali parlate nel titolo?
La gente, di questi tempi in particolare, è abituata a vedere le cose in maniera molto semplicistica e immediata: è la vecchia storia del "o è bianco o è nero". Nella vita, almeno secondo noi, è impossibile concepire le cose in maniera così nitida e precisa, data la grandissima importanza delle sfumature: ecco spiegate, allora, le "14 gradazioni di grigio"...

Per registrare questo album vi siete rivolti ancora una volta al team composto da Josh Abraham e Andy Wallace, già artefici del successo di "Break the circle"...
Lavorare con loro è stato il naturale sviluppo di quello che è successo dopo il nostro terzo album, "Break the circle", che ha segnato appunto la nostra esplosione nelle classifiche: con loro ci siamo trovati molto bene, abbiamo lavorato magnificamente e non ci sarebbe stata nessuna motivazione per non continuare con loro....

Appunto il grandissimo successo che ha investito "Break the circle" non vi ha messo in soggezione? Non temete che questo disco possa patire il confronto con il vostro precedente lavoro...
Ci ha fatto piacere che la nostra musica sia stata apprezzata così tanto, ma non abbiamo nessun tipo di complesso, oggi, nel pubblicare un disco dopo un successo così grande: abbiamo voltato pagina, siamo cresciuti e maturati. Pensiamo che ogni album abbia una vita propria, e quindi questo tipo di problema non ce lo siamo proprio posti...

Allargando il discorso, si può dire, però, che il successo un po' pesi, sulle vostre spalle. Una vostra nuova canzone, "Price to play", se non sbaglio parla proprio di questo...
Sì... anche se è un discorso differente. Vedi, noi adesso siamo qui a parlare come due persone normali: potremmo essere in fila ad un supermercato, o ad un fast food, come altri milioni di persone in questo mondo. Nello showbiz, invece, la gente non si crede normale: crede di avere qualcosa di più, qualcosa che le altre persone non hanno. E questo mi fa sentire parecchio a disagio, perché davvero io mi sento uno come chiunque altro. Mi mette a disagio sapere che le gente mi possa vedere come una cazzutissima superstar. Non è così. Per quando riguarda la canzone che hai citato, poi, l'argomento si allarga a tutto l'ambiente dello spettacolo, che decisamente non mi piace...

E' strano che una persona che vende milioni di dischi sia così schiva. In senso positivo, intendo...
So che può sembrare un atteggiamento, ma non ci posso fare niente. Sono una persona normale, con abitudini e interessi normali. La musica è la mia vita ma sono piuttosto insofferente a certi aspetti di "contorno"...

Musica e vita che si intrecciano, quindi. Tra le nuove canzoni che ho ascoltato c'è anche "Zoe Jane", un brano che so che hai dedicato a tua figlia. E' una canzone sorprendente, per certi versi, perché è molto fragile e delicata, quasi fosse una ninna nanna...
Mi fa molto piacere che tu l'abbia notata definendola una ninna nanna, perché effettivamente è nata così: metterla a letto è compito mio, e più di una volta le ho suonato questa canzone, mentre la stavo scrivendo...

Quindi la paternità è stata un fatto importante, per te, dal punto di vista artistico?
La paternità mi ha cambiato come uomo: diventare padre è una cosa che non può che migliorare una persona, dal punto di vista umano e personale. Come artista non saprei...

Cosa ascoltavi mentre lavoravi ai brani di "14 shades of gray"?
Beh, una sorta di "selezione" della mia musica preferita: dai classici del rock americano, Simon And Garfunkel, Emerson Lake And Palmer, ad alcune cose molto "west coast", sino al rock contemporaneo. Ah, dimenticavo, e anche un po' di musica classica...

Musica classica? Sul serio?
Certo. Mi è sempre piaciuta. Non posso definirmi un appassionato "tout court", perché la ascolto solo quando ho una disposizione d'animo molto particolare: però la apprezzo molto. Mi piacciono molto i lavori di Beethoven e di Strauss...

Ascoltando il disco immagino che non vediate l'ora di portarlo in tour...
Adesso è ancora prematuro parlarne, ma sicuramente più avanti qualcosa verrà organizzata. Mi piace molto suonare live, ma se devo essere sincero non sono un grande fanatico delle tournée: stare tanto tempo lontano da casa, dalla propria famiglia, in condizioni di stress tali da non farti apprezzare nulla, non è eccessivamente divertente...

Cambiando argomento, ai tempi di "Break the circle" la vostra band era stata erroneamente inserita da alcuni nel filone "nu metal", l'allora trend del momento...
Sì, tutte quelle cazzate... E' una cosa tipica dell'industria discografica, che comprende label e testate. Ti dico: ora quasi non ce ne preoccupiamo più, ma allora la cosa ci dava fastidio...

Ma secondo te perché l'industria musicale sta patendo questi momenti di crisi?
Non ti saprei dire, anche se è chiaro che le case discografiche, in questi ultimi anni, hanno commesso un sacco di errori, compiendo investimenti sbagliati e adottando politiche poco attuali e scollegate dalla realtà. Non saprei individuare una ragione precisa, ma non faccio fatica a dirti che la colpa di questa crisi è in gran parte da imputare allo showbiz stesso...

E di Internet? I vostri sono tra i brani più scaricati, anche perché - essendo i vostri fan molto giovani - spesso hanno pochi soldi da spendere...
Su questa faccenda vorrei essere molto preciso, perché penso che il grande pubblico, in particolare il più giovane e quindi meno smaliziato, sia poco o nulla informato. La voce che circola è: scaricare da Internet un disco e masterizzarlo vuol dire metterlo nel culo alle case discografiche e sostenere l'artista al di fuori delle politiche di mercato. Non esiste cazzata più grande di questa, e ti spiego il perché. Fare il nostro nuovo disco (affitare lo studio, pagare i tecnici, masterizzarlo eccetera) ci è costato un milione di dollari. Tutti questi soldi, contrariamente a quanto la gente è portata a pensare, non li ha sborsati la casa discografica, ma noi. O meglio: la casa discografica li ha "anticipati", e noi inizieremo a percepire dei guadagni quando la nostra etichetta sarà rientrata nelle spese. I contratti standard oggi sono così. Pertanto, se tutti i nostri fans, per ipotesi, dovessero scaricarsi il nostro disco da Internet, la casa discografica ci direbbe: 'Ragazzi, ci dispiace, il vostro disco ci ha fatto perdere un sacco di soldi, non se ne fa più niente'. Ecco perché il downloading selvaggio nuoce doppiamente all'artista che si apprezza. In primo luogo si tratta di un vero e proprio furto (avere gratis una cosa che è costata un sacco di soldi, senza parlare della fatica), e - in seconda istanza - convince le case discografiche a sostenere ancora meno i musicisti...

Quindi scaricare un vostro pezzo significa contribuire a cancellarvi dal panorama discografico, quindi?
Esattamente.






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