Intervista del 13 febbraio 2002 realizzata da Rockol ad Aaron Lewis:

La rockstar riluttante è ormai una figura classica della scena musicale statunitense, da Kurt Cobain in poi. Aaron Lewis, cantante, chitarrista e autore principale degli Staind, è un altro esemplare di questa specie, portato alla ribalta dal grande successo del terzo album firmato dalla band, “Break the cycle”. Le malinconiche pause acustiche che affiorano nelle sue canzoni, in mezzo ai poderosi riff di chitarra, si adattano perfettamente al personaggio, decisamente poco incline alle pose sbruffone e alle dichiarazioni ad effetto.
Lewis è assolutamente credibile per la sua ormai vasta platea. E se sfodererà altre canzoni come “It’s been awhile”, lo resterà per un bel pezzo.


C’è chi sostiene che i gruppi “nu metal” siano in fondo simili alle boy-band, nel senso che sono soprattutto il risultato di grandi sforzi promozionali delle case discografiche. Che ne pensi?
Se questo accade, allora non c’entriamo proprio niente con il nu metal. Ci siamo fatti un culo così per arrivare dove siamo... Noi abbiamo sempre fatto quello che facciamo ora fin dall’inizio, abbiamo sempre suonato in questo modo. Non c’erano grandi compagnie discografiche a dirci quello che dovevamo fare. Quello che facciamo è vero e onesto.

Ma pensi che l’etichetta nu metal si possa usare per descrivere gli Staind?
Non so cosa sia il nu metal, non capisco. Quello che suoniamo è rock, l’ultima evoluzione del rock, musica dura e melodia, è onesta e viene dal cuore.

Forse l’amicizia con i Limp Bizkit e l’appoggio di Fred Durst ha contribuito a far parlare di voi come un gruppo nu metal.
I Limp Bizkit sono nu metal? Non vedo come possiamo essere inseriti nel genere.

Probabilmente, non ti sembra calzante anche un’etichetta come post-grunge
Penso che il grunge sia stato il passo successivo fatto dal rock in un certo periodo. Poi, in un altro momento si è parlato di il rap-rock, ma nel frattempo continuava ad esistere il rock, continuavano a farsi sentire gruppi come i Bush. Non so, penso che sia solo rock.

Negli Stati Uniti c’è una scena sotterranea molto vitale. Conosci band emergenti che ti piacciono?
No. Non esco molto. Vivo in una bolla in tour e lo stesso succede quando sono a casa, quindi non sono molto al corrente.

Perché ti piace questo isolamento?
Non è che mi piaccia... Il fatto è che, specialmente quando sono a casa, vengo riconosciuto dovunque vada ed è difficile per me. Per questo ho comperato una casa in un posto dove non c’è niente. Sono sempre stato insicuro e non sono a mio agio quando vengo messo su un piedistallo. Non ci posso fare nulla comunque: mi considero molto fortunato e i fan sono tutto, sono qui grazie a loro. Ma questo non cambia il fatto che sia una posizione scomoda per me.

In che modo avete composto le canzoni dell’album, visto che trascorrete buona parte del vostro tempo in tour e probabilmente dovete lavorare in periodi piuttosto stretti?
Finora sono uscite tutte in modo molto facile e naturale, nel modo giusto. Abbiamo cominciato a provare partendo quasi dal nulla, da alcune idee che mi erano venute in tour. Nel giro di un mese ci siamo trovati in mano più o meno tutte le canzoni. In studio possiamo contare anche sull’aiuto del produttore. Ma non è una presenza invadente, non entra in studio dicendo: “ecco come faremo”. Dà un parere in più ed è una persona che ci aiuta a superare certi problemi.

Quali sono le caratteristiche di una bella canzone secondo te?
Deve essere vera e ti deve spingere a cantarla a bassa voce per tutto il giorno.

“Break the cycle” è stato un grosso successo in molti paesi. Mentre lo registravate eravate consapevoli di avere un album di grandi potenzialità commerciali?
No, sentivamo di avere messo insieme dodici canzoni di cui eravamo tutti molto soddisfatti. Il resto è una specie di folle corsa su un ottovolante... E’ pazzesco.

Pensi che il successo di “Break the cycle” vi metterà sotto pressione? Sentirete la responsabilità di dover ripetere i risultati che avete ottenuto?
Spero che non sentiremo un pressione maggiore rispetto a quella che abbiamo sentito mentre registravamo “Break the cycle”. C’era un po’ di tensione ma ci siamo buttati e l’abbiamo fatto, semplicemente. Buona parte dei testi sul disco sono usciti cinque minuti prima di registrarli. Mi sono dovuto mettere a leggerli per impararli in un secondo tempo perché non li sapevo.

Avere un pubblico largo ti carica di maggiori responsabilità per quello che dici?
Devo tenere in considerazione il fatto che c’è più gente che ascolta quello che ho da dire. Quindi penso che sia giusto cambiare delle parole, quando c’è il dubbio che qualcuno le possa interpretare nel modo sbagliato.

Pensi che sia necessario per te vivere esperienze difficili per poter scrivere?
Spero di avere attraversato già tutte le mie esperienze difficili.

Quindi, il fatto di vivere un momento felice non rischia di bloccarti come autore.
E’ un periodo bellissimo per me: fra un mese e mezzo nascerà mio figlio, il nostro disco ha venduto bene e alla fine di questo tour finalmente ci godremo un po’ questo successo. Ma non so proprio dirti cosa accadrà con il prossimo disco. In genere, tendo a reagire a situazioni che mi danno fastidio e questo va a finire nei miei testi, ma non so cosa succederà in futuro.

“It’s been awhile” è stata un grosso successo. Il prossimo disco sarà più orientato verso ballate di questo tipo?
Certo. Ma sarà anche più duro dei pezzi più heavy dell’ultimo. Per il momento, le canzoni che abbiamo sono più sbilanciate verso il lato morbido, perché ho scritto diverse cose da solo sulla chitarra, spesso a tarda notte, ma nel disco ci saranno sicuramente anche pezzi più duri.

Nei vostri concerti, arriva sempre il momento in cui la band si fa da parte e tu ti esibisci da solo con la chitarra acustica. Cosa provi, visto che ormai le parole vengono regolarmente cantate dal pubblico?
E’ stupefacente, soprattutto qui, perché mi rendo conto che c’è una barriera linguistica. Non sarei in grado di sostenere una conversazione con la gente che ho davanti, eppure tutti cantano le parole delle mie canzoni a memoria, è incredibile.

Recentemente sei stato intervistato da High Times. Come ti è sembrata l’esperienza e di cosa avete parlato?
E’ stato molto cool, da quando ho iniziato a fumare canne l’ho sempre considerata una delle riviste più cool, e quindi mi è piaciuto ritrovarmi in copertina. Per quanto riguarda il contenuto dell’intervista, non ne ho proprio idea. Ne facciamo così tante per tutto il tempo che devo leggerle per ricordarle. Quella l’ho fatta al telefono quando mi trovavo ad Amsterdam.

Be’, di solito su High Times si parla di marijuana e spinelli. Immagino che avrete toccato l’argomento.
Sì, si è parlato in gran parte di quello: i miei gusti personali, quello che circola quando siamo in tour...

Fumi quando sei in tournée?
Io? Sì. Ma è tutto lì, non prendo altro.

E quando invece sei in fase creativa?
Uhm... Ancora di più (risata).






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